In questo post vogliamo riprendere un tema già trattato qualche settimana fa e che continua ad essere oggetto di condivisione in rete: il plasma iperimmune come terapia per i malati di COVID19.

Lo facciamo rinnovando il nostro invito a diffidare da tutte quelle realtà che incentivano la donazione di plasma ponendo enfasi sulla possibilità di curare i pazienti malati di Coronavirus e dalle notizie che riportano di cure “a tempi di record” grazie a questo sistema.

Ad oggi sono ancora molti i pazienti affetti da Covid19 che lottano per la vita. Diffondere notizie non ufficiali o addirittura errate non favorisce la lotta al Coronavirus ma rischia esclusivamente di alimentare false speranze soprattutto in persone già duramente colpite nei loro affetti più cari.

L’appello è quindi di fare sempre riferimento ai canali ufficiali (Ministero della Salute, Centro Nazionale Sangue, Regione Piemonte, associazioni di riferimento).

Tornando al tema del plasma iperimmune proviamo a chiarire alcuni aspetti:

I primi studi aneddotici sul plasma iperimmune come terapia per i malati di COVID19, sono stati eseguiti e pubblicati a Wuhan con risultati alquanto dubbi e poco standardizzabili. Infatti, sulla base dei dati ottenuti, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha stabilito che questa terapia venga catalogata come empirica. Se questo modello avesse fornito delle solide basi scientifiche, oggi sarebbe già esteso a livello mondiale, mentre invece continua ad essere una tra le tante soluzioni sperimentali che si stanno usando per trattare questa patologia su campioni molto ristretti.

Inoltre, è bene ricordare che ogni organismo quando viene infettato (da un virus, da un batterio, o da qualunque altro agente esterno) attiva il proprio sistema immunitario: tra le “armi” prodotte per combattere l’invasore esterno ci sono anche gli anticorpi.

Ad oggi, non è ancora stato possibile identificare questi anticorpi in modo specifico e catalogarli come anti-Covid19 (il nostro organismo è pieno di anticorpi che si sono prodotti negli anni). Tuttora inoltre non sappiamo quantificarli (ognuno di noi ne produce un numero variabile, chi più, chi meno) e soprattutto non è ancora chiaro quale potrebbe e dovrebbe essere la dose “terapeutica” adeguata.

Insomma, davanti a tutte queste perplessità scientifiche riteniamo azzardato e fuorviante parlare di cura al Covid19. Tutte le “storie” raccontate sono sicuramente testimonianze importanti che ci auguriamo possano diventare presto “storie a lieto fine”.

Quello che è reale oggi è che la tua donazione continuerà ad essere utile per la produzione di farmaci emoderivati: farmaci che ad oggi sono veramente e scientificamente considerati farmaci salvavita.